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Home > Adult Zone > Racconti Erotici > Una settimana indimenticabile: Domenica


  
 RACCONTI EROTICI

» una settimana indimenticabile: domenica
inviato da: eroticus
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Era una calda estate di fine anni ‘90 e anche quell’anno, come gli anni addietro, tornammo nella nostra località rivierasca, dove da tempo conoscevamo altre famiglie di villeggianti, così mentre i miei potevano occupare le loro giornate in compagnia di altri adulti, io ero finalmente libero trascorrere le mie con gli amici che volevo. Noi ragazzi eravamo sempre per conto nostro, il paesello era piccolo e nessun adulto sentiva più il bisogno di controllarci: io coi miei 16 anni ero il maggiore della banda, seguivano poi due inseparabili cugini di 14 e 15 anni e altri due ragazzini della loro medesima età; s’aggregava in fine anche Roberto, un tredicenne, che, essendo il più piccolo per età e statura, tutti noi chiamavamo Robertino.
Il gruppo affiatato era formato soltanto da noi cinque ragazzi più grandi, che addirittura le ultime vacanze avevamo organizzato arrivi e partenze, perché nessuno rimanesse da solo; quell’anno purtroppo gli impegni di mio padre ce l’impedirono, e gli ultimi giorni li avrei passati da solo con lui in agosto. Non era certamente il massimo per un sedicenne, senza amici e da solo con papà! ma anche proporgli di tornare a casa non era il caso: diceva sempre che quelle erano le uniche settimane per se e la famiglia e che non vi avrebbe rinunciato per nulla cosa al mondo, pure a costo di scontentare i familiari; e ancor meno vi avrebbe rinunciato quell’anno, che intendeva, nella settimana residua, recuperare quel rapporto tra padre e figlio andato scemando nella mia pubertà.
Le vacanze non cominciarono bene, la sola idea di loro che si divertivano in mia assenza mi intristiva, e poi si sa com’è a quell’età: manco a farlo apposta le cose migliori succedono proprio quando non ci sei, e tutto il resto è solo un rammentare quanto è stato bello e cosa ti sei perso! Ma due settimane in fondo erano meglio di niente… e conveniva godersele, prima di passarne una d’oblio assoluto con mio padre, specialmente poi se, come quell’anno, sembrava che Robertino, lo scocciatore per antonomasia, non sarebbe venuto. Dopotutto se noi cinque eravamo il gruppo, Roberto rappresentava l’intruso, non solo perché, essendo più piccolo, lo sentivamo d’impiccio, ma anche perchè la sua indole infantile era davvero insopportabile: facendo meno giorni di tutti noi, quando arrivava, eravamo già tutti riaffratellati, quindi, sentendosi escluso, s’intrometteva a forza in ogni cosa facessimo e immancabilmente il suo carattere da moccioso era foriero di guai e litigi. Io, in particolare, ero il bersaglio preferito delle sue ripicche, con l’accusa sottintesa d’essere il fautore del suo ostracismo (forse perché essendo il maggiore, nella sua logica “astringente”, ero anche il capo della banda); solitamente mi limitavo a contenere le sue evidenti ostilità, ma non posso tacere che fra noi due c’era un’irreprimibile antipatia, una di quelle innate inconciliabilità che avverti a pelle. Insomma ero in scacco: non potevamo isolarlo, per la confidenza che legava i suoi ai nostri genitori, e io non potevo rammentargli chi comandava - se non nei contrasti calcistici – siccome il più grande ha sempre la responsabilità maggiore; ed è così che fra il suo approfittarsi e il mio carattere irascibile litigavamo di continuo, tanto che per sbeffeggiare ci chiamavano “I Fratellini”.
I giorni, in sua assenza, trascorrevano con routinaria spensieratezza, il mare, il sole, la spiaggia, tutt’era perfetto, come cristallizzato in un bel dipinto d’autore; quando, per l’infelicità di tutti, un’infausta mattina ci vedemmo arrivare in contro il piccolo scocciatore col suo ghigno beffardo stampato sul muso. Venne subito a salutarci, e noi in coro, più ipocriti che mai, a riferirgli quanto ci fosse mancato…; quell’anno, però, in lui c’era qualcosa di diverso, sembrava cambiato, non tanto nel carattere quanto nell’aspetto: aveva appena compiuto tredic’anni, non era più un bimbetto…; pure lui aveva raggiunto la pubertà e già s’intravedevano i primi cambiamenti: si era fisicamente sviluppato, era insomma più simile a noi.
Roberto era solo qualche centimetro sotto la media, ma per tutti noi era sufficiente per considerarlo il bassetto del gruppo, se fosse stato solo meno antipatico, forse, ne sarebbe diventato la mascotte; in fondo non era malaccio: fisicamente ben fatto, proporzionato, pur non praticando sport, giocava sovente a calcetto, per cui era asciutto, non secco ma robusto, il giusto per abbozzar lievemente gli addominali. Roberto era moro con due profonde iridi castane, il viso pulito coi lineamenti dolci da impube, che tuttavia lasciavano trasparire quell’aria insolente tra lo smorfioso e l’impertinente; in diverse espressioni ricordava Hobie, ma coi capelli corti, il figlio di Mitch nel serial TV BayWatch di cui a quell’epoca trasmettevano le repliche, dove avevano più o meno la medesima età. I suoi mutamenti mi lasciarono positivamente turbato, pareva perfino meno antipatico, più maturo rispetto l’anno passato, ma, nonostante i cambiamenti, la sua presenza non era comunque benaccetta.
Roberto, nella sua classica intempestività, giunse appena prima che entrassimo in acqua, così si tolse la maglietta e venne. Io ero già in mare quanto entrò e vedendolo arrivare ebbi conferma della sua maturazione: finalmente non indossava più quei ridicoli costumini da bambino, ma i boxer da spiaggia come tutti noi, probabilmente pur lì i cambiamenti s’erano manifestati, e dovette mutare abitudini vestiarie per conseguenze alle parti basse; ma le sue stravaganze non erano terminate e quel costume giallo fosforescente, presto ribattezzato il “boxer indecente”, n’era la riprova.
L’indecenza di quel costume non stava tanto nel vistosità del colore, quanto nella proprietà di diventare trasparente a contatto con l’acqua; sebbene non fosse bianco, gli era così attillato, così aderente al suo corpo che presto comprendemmo il perchè del nuovo indumento; evidentemente godeva di buona mercanzia! Restammo disorientati da quella scoperta, nessuno ebbe il coraggio farglielo notare; possibile che non se n’accorga? ci chiedevamo tutti…, ma probabilmente lo sapeva e lo indossava apposta per essere al centro dell’attenzione – si tuffava troppe volte a prendere la palla, per poi mettere tutto in bella mostra risalendo, per esserne all'oscuro – era certamente un comportamento infantile, ma degno di lui. Fu così, dunque, che ben presto la sua smania di protagonismo e quel costume trasparente divennero le nostre migliori armi per deriderlo nascostamente; mai come quell’anno, infatti, entrammo così tante volte in acqua per giocare a palla… ogni scusa era buona, e poi mi divertivo troppo a tirargliela lontano, apposta, perchè per prenderla dovesse tuffarsi.
Quel costume mi rese il suo arrivo più tollerabile, perchè, pur mantenendo un fondo d’ostilità nei miei confronti, non scaricava più su di me tutte le sue frustrazioni per essere l’indesiderato del gruppo, dacché il canzonamento clandestino l’aveva reso più accettabile a tutti, me compreso; inoltre aveva escogitato nuove strategie per attirare l’attenzione, come lo scherzare sul sesso o renderci edotti del suo contenuto intimo, tanto che sembrava quasi che per la prima volta si fosse accorto di aver quel lombrico in mezzo alle gambe. Un giorno, mentre chiacchieravamo sotto l’ombrellone, lo beccai intento a fissare una quarantenne in topless, “Poverino!...” pensai “…ma com’è messo!”, dopo neanche un minuto si avvicinò ridendo, -:-: Oh guarda qua…! :-:- disse compiaciuto e l’altro -:-: Ma che schifo! .. leva via quel coso! :-:-. S’era fissato sulla carampana per avere un’erezione e bullarsene; devo ammetterlo il gonfiore era notevole, sembrava quasi vi avesse nascosto una maniglia da come deviava lateralmente. Se fossimo stati soli io e lui, non l’avrei cacciato via, l’avrei afferrato alla maniglia e detto “vediamo dove porta?”; stranamente m’era venuta un’insolita fantasia su di lui, perché!?
Sebbene la sua presenza non mi fosse sgradita come una volta, l’attrito fra noi due non accennava a scemare, dovevamo soltanto ringraziare i nostri amici che, conoscendoci bene, intervenivano prima che l’atmosfera fosse troppo incandescente. C’era, però, sempre un momento della giornata, in cui non sarebbero mai potuti venire in nostro soccorso, ed era quando andavano a farsi una bella nuotata al largo, e io e Roberto, insicuri delle nostre abilità natatorie, restavamo a riva in coabitazione forzata sul materassino, e in quel frangente, riponendo momentaneamente le nostre ostilità, sorgevano discorsi che altrimenti non sarebbero mai nati. Da quando fece sfoggio di quell’erezione, m’ero incuriosito circa l’entità della sua dotazione; il boxer inganna e seconde me non era ancora al mio livello, ma in rivalità il sospetto attanaglia (il semplice dubbio s’infila come un tarlo nella mente, scava nel profondo delle incertezze fino a divenire una matassa inestricabile, un peso, un pensiero ossessivo), e non potendolo confutare i miei dubbi direttamente, dovevo carpire l’informazione da lui. Non potevo, però, nemmeno mostragli un interessamento troppo esplicito, dovevamo deragliare sulla questione “casualmente”, e io ero bravo a indirizzare i discorsi nella giusta direzione, specialmente se anche lui lo voleva!
Da qualche anno andavano in voga i tatuaggi all’hennè e una di quelle tatuatrici sostava proprio sulla battigia antistante a noi due, seduti l’un di fronte all’altro col materassino sulle gambe a celar le vergogne. Per abbozzare un discorso, senza destar sospetto, serviva un avvio innocente, e qual miglior inizio di un’innocua battuta: -:-: guarda quella dei tatuaggi…- guardò - pensa andare da lei e farsi un tatuaggio sull’uccello! :-:- dissi, -:-: Sì, magari un bel biscione! :-:- rispose divertito, inconscio d’esser caduto nel mio tranello. Dopo una riposta così ammiccante, potevo lanciargli la provocazione, -:-: Sì, ma per un bel biscione ci vuole un bel serpente!... :-:- insinuando il dubbio sul suo serpentello personale. Roberto abboccò, -:-: Ah, io posso!… il mio è lungo 15 cm e mezzo… :-:- disse, scandendo con fierezza ogni sillaba di quel “mezzo” centimetro, -:-: …tu? :-:-. Avevo già carpito l’informazione che volevo, non m’interessava proseguire oltre la conversazione, e poi non potevo mettermi a fare una questione di centimetri con lui, non sarebbe stato dignitoso, per cui finsi di non ricordare; ma Roberto insistette, voleva saperlo: lui mi aveva svelato il suo segreto ed ora io, per non contravvenire all’implicito patto, dovevo confidargli il mio. Compresi che per lui la questione centimetrica era di fondamentale (forse per l’antagonismo che ci legava), dunque potevo sfruttarla; -:-: Ma che ne so…sarà una ventina di centimetri… :-:- risposi con non curanza. Mi fulminò con lo sguardo replicando acidamente -:-: ma vaffanculo!... Venti!>. L’avevo demolito: lui pensava di poter vantare chissà quale primato e invece io con nonchalance gli avevo smontato ogni sua velleità di competizione; adesso non mi restava altro che infliggergli il colpo di grazia -:-: fanculo un corno!... se ce l’hai piccolo non è colpa mia, non prendertela con me!... :-:-. Quel “piccolo”, su cui calcai l’accento, dovette rimbombargli come un tuono nel cerebro, perché negli occhi vidi il suo piccolo mondo crollargli addosso come una cascata di frammenti di vetro, ritirandosi in un riserbato mutismo.
Il giorno seguente, sempre in mezzo al mare, tornò alla carica, -:-: questa mattina mi sono svegliato con le mutande appiccicaticce… :-:- - ma che m’importava dei suoi sogni umidi? - , -:-: ma allora vieni…? :-:- gli dissi sorpreso. Colse l’ironia, -:-: sì che vengo, è già da un anno!… e poi la cappella m’esce dalle mutande :-:- - uffa, ancora con ‘sta storia dei centimetri! - -:-: Quanto ce l’hai? …15? :-:- domandai per deriderlo, -:-: 15 e mezzo…- ribadì - …e poi un mio amico di 14 anni che ce l’ha 22! :-:-. Probabilmente non ci dormì la notte pensando un’informazione che, secondo lui, doveva turbarmi, portandomi a conoscenza che un ragazzino ce l’avesse più lungo del mio; ma, purtroppo per il poverino, la sapevo più lunga di lui. -:-: …e come fai a dirlo! Gliel’hai visto? :-:-, -:-: no! :-:-, -:-: e poi se anche fosse, meglio per lui… perché adesso o mai più! :-:-; quell’affermazione perentoria suscitò in lui un’inquieta curiosità, un campanello d’allarme s’era acceso, quasi avesse scorto tra le mie parole una verità non detta. -:-: Cosa vuoi dire “adesso o mai più”? :-:-. Seriamente risposi, -:-: …che intanto non gli cresce più, dopo i 14 anni quello… (indicando il suo) non cresce più… - fu come girargli un coltello nella carne viva -…cresci fisicamente… nel senso che diventi più alto, la barba, ma se lì ci sei bene, se no, sei così a vita :-:-. Quella mia frase gli suonò come una condanna a vita: la definitiva estromissione dall’olimpo dei venti; non era vero… anch’io alla sua età ero come lui, ma perché dirglielo quando finalmente avevo demolito ogni suo sogno di gloria!
Avevo vinto due round pensando di averlo sbaragliato, ma il cinnino incassava e non demordeva, tutta quella tenacia gli valse un pizzico stima, dopotutto era un degno avversario. Il terzo giorno tornò all’attacco, abbandonato ogni velleità di pareggio, scelse un altro fronte: eravamo di nuovo in mare, quando bisbigliò più volte -:-: Ah… che voglia di limonare! :-:-; se non l’avessi cagato, avrebbe continuato ad oltranza, e poi volevo vedere dove sarebbe andato a parare. -:-: Che hai? :-:-, -:-: Ho voglia di limonare…- rispose - …ma non ho qui la mia ragazza… :-:-. Gli detti corda, col tono di chi asseconda canzonandoti, e mi raccontò della sua ragazza, di che ci faceva: seghe, sesso, sesso orale, anale, insomma di tutto… e non soltanto da soli, pure in mezzo al suo clan, dove, ovviamente, era il boss. Da come si allargò compresi presto che non colse l’ironia della mia condiscendenza, ergo tutto ciò che mi raccontava lo faceva nella convinzione ch’io mi bevessi le sue balle, e questo non andava bene: ai suoi occhi me l’aveva fatta, m’ero fatto mettere nel sacco da un ragazzetto, inammissibile; l’avrei affogato in mare!
Dopo quella batosta troncai ogni discorsi sul nascere, semmai avevo più rispetto per lui, ma ricominciai a non sopportarlo più; ogni notte prima d’addormentarmi m‘incazzavo ripensando a quel discorso, a quel suo ridicolo costume trasparente e poi sempre quella maledetta fantasia della “maniglia”. Avevo ancora pochi giorni da trascorre con amici che forse non avrei più rivisto e non potevo farmeli rovinare ossessionato da quel ragazzino. Solo una circostanza mi fece rivedere Robertino sotto una luce diversa: il penultimo giorno a calcetto prese una brutta storta – merito mio- alla caviglia e si gettò a terra dimenando e lagnandosi come se gli avessero mozzato una gamba, anche se dal tono delle urla, forse, il dolore era veritiero; decidemmo allora di trasportarlo dal bagnino, ed essendo io il più grande toccò a me portarlo in braccio. Era più leggero di quanto credessi, non mi dispiacque caricarmi del suo peso, mi fece quasi tenerezza; il bagnino ci diede del ghiaccio e sminuì l’accaduto, ma Roberto era tragico e dovetti portarlo a braccio sino al lettino. Aveva nuovamente fatto il rompiballe, ma quel suo apparire spaventato e indifeso, mi fece capire che infondo era ancora un bimbetto.

Senza accorgercene arrivò l’ultimo giorno, facce solcate da musi lunghi a segnalare l’imminente partenza, e io solo col mio tedio per quella settimana imminente, che da sola sembrava durare più dell’intera estate. A pranzo mio padre cercò, a modo suo, di venirmi incontro chiedendomi se non mi dispiacesse rimanere da solo - forse dietro quella domanda c’era finalmente la proposta di tornare a casa? Forse iniziava a capirmi? Pensai! E invece si felicito d’annunciarmi che un’ospite inatteso che avrebbe passato con noi quella settimana: Robertino. Pensava d’avermi fatto chissà quale regalo, invece fu meno felice nel sapere la verità: cioè, che io e Roberto non eravamo amici, ma che, anzi, ci sopportavamo a malapena; ma lui oramai aveva dato la sua parola - la sua, non la mia - e poi non capiva quale patimento potesse essere mai per me la presenza di quel ragazzino… Quando si dice l’incomunicabilità…!
I nostri padri erano ormai diventati buoni conoscenti e il padre Roberto aveva chiesto al mio se non avesse potuto prolungare le sue vacanze con noi, giustificando l’immonda proposta con la scusa che quell’anno lui non poteva assolutamente trattenersi e che il pupo aveva fatto pochi giorni, quando invece il classico dottorino aveva prescritto il mare come terapia al ragazzo (non si sa come, ma il mare fa sempre bene, vero?...), e poi siccome io sarei stato solo, mentre con Robertino no, e noi due eravamo amici, anzi amicissimi, il cerchio si sarebbe chiuso da se. Insomma neanche fosse stato mio fratello minore, me l’avrebbero cacciato così tanto in quel posto! Talaltro, l’abnegazione di mio padre nell’accogliere le richieste altrui, fu così proverbiale che non soltanto accettò l’ospite, ma s’offerse pure di riaccompagnarlo a casa (trovandosi di strada), sollevando suo padre persino dall’incomodo di venirselo a riprendere, quel piccolo rompiscatole.
La notizia si diffuse in fretta e, se non altro, quell’astrusa ironia sollevò il morale dei partenti, che non tardarono a proferirsi in condoglianze per il lieto evento; nemmeno Roberto sembrava sprizzare gioia, anche se prolungava le sue vacanze oltre il dovuto, probabilmente era la mia presenza a porre un’incognita sul suo entusiasmo. Mi guardava con un maligno sorrisetto, forse pensava di aver con me carta bianca, per via della sua giovane età che l’avrebbe reso invulnerabile sotto l’ala protettiva di mio padre, ma questa volta aveva fatto i conti senza l’oste. Avevamo affittato un miniappartamento con una sola camera da letto, e anche se mia madre sarebbe partita coi suoi (il trasporto era a parziale indennizzo per il fardello sbolognatoci), sul matrimoniale ci avrebbe continuato a dormire mio padre soltanto, cosicché a noi due sarebbe toccato dividere il divano-letto, ci saremmo stati strettini, ma la cosa tornava a mio favore.

Per ringraziarci dell’ospitalità mostrata, quella sera i genitori di Roberto c’invitarono al ristorante di pesce più in della città, a parziale ricompensa del disturbo arrecatoci, dopotutto ce la meritavamo per avergli tolto dai piedi quel piccolo rompiscatole. La cena fu un autentico trionfo d’ipocrisia: sorridevo ai suoi genitori come se m’avessero fatto il regalo più bello del mondo, sforzandomi, persino, di sorridere a quel coso tra loro seduto per completare il quadro d’idilliaca armonia. A prima vista non sembravano antipatici, anzi parevano brava gente, peccato soltanto che avessero generato un essere indegno di stare al mondo e che travisassero la realtà, descrivendoci come due amici di lunga data. Mio padre osservava con benevola invidia la felice famigliola dirimpettaia, slanciarsi in pose d’affetto col loro pargoletto che ritroso fuggiva le affettuose moine profuse dinanzi ad un pubblico sì poco opportuno. Scoprii anch’io con sorpresa che Roberto era luce dei loro occhi; all’inizio pensavo solo volessero per sbolognarcelo per un’intera settimana, dopo quelle patetiche scuse piagnucolate, ma da come lo vezzeggiavano mi dovetti ricredere: Roberto era la loro petite joie (come diceva la madre corsa), ma non dovevano preoccuparsi, siccome lui rappresentava la loro Joie de vivre, la sua demolizione psichica sarebbe stata la mia raion d’être della settimana! Quante cose non sanno delle volte i genitori dei figli, e quanti danni compiono nella presunzione di conoscerli; presto Roberto avrebbe scoperto questa dura lezione sulla sua pelle.
La cena finì presto, riaccompagnare mia madre a casa allungava di molto il loro tragitto, mentre il mio piano serale prevedeva una libera uscita con Roberto per chiarire alcune cosucce, ma mio padre ci diede il coprifoco alla mezza - che vergogna… un’imposizione paterna davanti a lui -: avendo la responsabilità di un altro ragazzino, non voleva che la sera facessimo tardi; fa niente se anch’io ci rimettevo, ma dopotutto che ci avrei fatto di più di quell’ora in giro con Robertino! Per lui invece quell’orario fu una conquista: quando uscivamo in gruppo alle undici dovevamo riaccompagnarlo a casa, e per non sentirlo gnolare c’inventavamo che pure noi saremmo andati a letto, anche se poi restavamo a zonzo fino a mezzanotte talvolta l’una, - chissà perché, la mattina eravamo tutti inspiegabilmente più stanchi di lui? Gli svelai questo segreto, era un’occasione troppo ghiotta per fargli capire quanto fosse d’impiccio, e quella sera continuai svelandogliene altri; mi sentivo cattivo. Finita la raffica di rivelazione, mi guardava con gli occhi umidi e con la voce solcata da un filo di magone cominciò a sfogarsi; ma io non l’ascoltavo, studiavo, meditavo, cogitavo le angherie per il suo soggiorno immeritato, farlo soffrire sarebbe stato il mio sadico passatempo; sì, quella settimana volevo svestire i panni del bravo ragazzo per essere cattivo, così mi sarei tolto uno sfizio: umiliarlo in un confronto diretto, e poi chissà, magari, ci sarebbe scappata pure una toccatina alla maniglia!

Rincasammo alla mezza, come voluto dal dispaccio paterno. Le luci spente, un greve ronfare vibrava per l’aria: mio padre dormiva; non volevo svegliarlo, così gli ordinai di cambiarsi al buio facendo il minor rumore possibile; Roberto aveva fiutato ch’oltre quella porta sostava il mio regno e che il varco ne avrebbe degradato lo stato da libero

ragazzo a mio umile servitore, ragione per cui, dentro quelle mura, mi doveva obbedienza suprema. Tornai dal bagno, che indossava già il suo celeste completino da notte più grande di lui: calzoni appena sopra le ginocchia, maglietta cadente sulle spalle e calzini corti d’ordinanza. Era così buffo in quella mise che sembrava un bambino privo del suo orsacchiotto! Tentai di leggerne l’etichetta alla luce di quei pochi raggi che giungevano dalla strada, per scorgerne la taglia, quando, recandosi alla toilette, cordialmente me la sottrasse sparendo nel buio della stanza; mi sentivo buono quella sera, in fondo l’avrebbe pagata, perciò sorvolai su quell’atto di grave irriverenza. Silenziosamente aprii il letto, terminando di arrangiare qualcosa che vi rassomigliasse il più possibile, non appena riemerse dell’ombra; Finalmente potevo imporgli la mia duplice carica (padrone di casa e maggiore d’età), assegnandogli il lato destro del divano, quello più distante dall’unica finestra della stanza, giustamente la parte più fresca spettava a me, anche se con quella calura giustificare la prevaricazione col refrigerio, suonava pretestuoso perfino alle mie orecchie. Proprio non capivo come potesse dormire così infagottato, forse era avvezzo quelle seccanti etichette del bon ton, contrariamente a me che d’estate dormivo soltanto con l’intimo addosso; anche se quella sera, data la promiscuità del giaciglio, per creanza decisi d’infilarmi i calzoni del pigiama. Con gioia notai una smorfia di disappunto sul suo volto nell’appurare che, malgrado lui, avrei dormito a dorso nudo, forse non s’aspettava una così totale non curanza per la sua persona, anche se veramente non afferravo il problema; forse per lui l’idea d’un contatto maschile nell’intimo del letto era un tabù inviolabile, ma non per me, che già gli avevo concesso una favore infilandomi i pantaloni, indi se la mia nudità lo disagiava, affari suoi, pur non dispiacendomi la sua presenza, non avrei mai stravolto le mie abitudini per lui.
La stanchezza incombeva guidandomi tra l’alettanti braccia di Morfeo, l’avrei pure seguita se un molle e pigro appisolarsi nelle tenebre mal conciliava coi miei impudichi intenti e la sua querula essenza; neanche ebbi il tempo di coricarmi, che Roberto tosto iniziò la sua prevedibile querimonia per l’arsura nella sua porzione di stanza. Le sue rimostranze mi stavano già stufando, anche se in fondo non potevo lamentarmene, facevano parte del mio piano per condurlo all’esaurimento. -:-: Lo vedi, di finestra c’è ne una sola … e visto che l’ospite sei tu, qui ci dormo io! Se ti va bene è così… se no è lo stesso! :-:- gli risposi rammentandogli il suo stato di sudditanza; provavo quasi un senso d’orgasmo ora che privo di protezione non poteva ribattere. Mi guardò bieco, quasi volesse trucidarmi con lo sguardo, ma conscio di subire il suo stato prigioniero soggiunse amichevolmente -:-: Visto che anche tu dormi senza possono togliermi la maglietta…?! :-:-. Che tenero, “la maglietta” disse col vocino innocente, ma nel sottomettersi alla mia autorità il tono tradì l’irritazione provata, dandomi modo di oltraggiarlo nuovamente: -:-: Guarda, puoi fare quel che vuoi, non me ne frega niente di te!! Basta solo che non ti spari le pippe nel letto, poi puoi anche buttarti dalla finestra! :-:-, quell’inciso ipsatorio era parecchio rischioso, poteva svelare i miei reali intenti, speravo almeno che valesse da istigo al suo animo dispettoso. Con apparente disinvoltura si tolse la giacca e s’accinse a dormire; sapevo, però, che dietro quella falsa mitezza stava covando ripicca: non avrebbe mai retto allungo un simil maltrattamento, dovevo solo sperare che avesse colto l’invito. Un colpo al fianco; -:-: oh! Ale… :-:-, -:-: Va a cagare! :-:-, -:-: Ale voltati! :-:-, scorsi dal drappeggio delle lenzuola un’alta montagnola ergersi nei pressi suo pube; -:-: Adesso m’incazzo!…- esclamai contratto - … metti via quell’affarino e lasciami dormire! :-:-, indi mi voltai. Sapevo che sminuendogli “quell’affarino”, per lui motivo d’orgoglio, sarebbe trasalito - povero prevedibile ragazzino! - : quell’iniziale montagnola, prima statica, ora s’agitava come non mai nel buio della notte, credendo d’irritarmi. Mi girai appena; il piccolo bastardo sghignazzava beffardamente stantufandosi il suo turgido ammennicolo; era ora di finirla: quell’impertinente doveva pagare la sua irriverenza. Con furia m’avventai su di lui, che d’istinto si voltò dalla parte opposta per sottrarsi al brandimento del suo fallo insolente; un attimo, un sol vorticoso mulinello di lenzuola e le coperte ci avvilupparono indissolubilmente, lui e io avvinghiati in un intricato dedalo d’arti, stesi nel fremito di ghermirgli il membro. Lo sormontavo completamente, ero in fondo più alto, più grande, più forte di lui: non poteva liberarsi. Lui era lì, sotto di me, rigido in posizione fetale, con le gambe contratte, le braccia al petto, il capo chino col volto fra le mani; aveva paura, e come dargli torto: la mia faccia ringhiosa a poco dalla sua, e la destra ficcata tra l’inguine e le cosce a brandirgli l’uccello. Non poteva muoversi né tanto meno sfuggirmi, poteva solo arrendersi abdicando ogni forma di resistenza, mentre come suo incontrastato padrone stringevo per scettro quell’asta di pene ancora duro tra le mie mani. Era la prima volta che ne stringevo uno non mio, e non era affatto male, anzi dava una certa soddisfazione stringere quel brandello di carne così vigoroso e compatto – non eguagliava le mie dimensioni, ma di spessore era poco meno- ; anche lui era insolito: sentivo il suo respiro affannoso, ma non concitato per la paura o lo spavento, quasi più per l’eccitamento. -:-: …allora? :-:- dissi stringendogli il cazzo, -:-: Non lo faccio più! Non lo faccio più! Lasciami! :-:-, implorò con voce bassa e sommessa, ma nessun predatore abbandona la sua preda; anzi, m’appoggiai a lui ché a monito del suo futuro avvertisse la mia erezione contro la schiena, e stringendo più forte quell’asta gli dissi ringhiosamente -:-: e questi sarebbero i tuoi 15 cm? :-:-, alludendo alla pochezza che brandivo, ma intimorito com’era annuì mestamente. Fermi in quella posizione, come immobili per una volontà aliena, il buio acuì i miei sensi: quel tumido fallo tra le mani, il tepore del suo corpo, il suo tenue tremolare; mi sentivo gravitato da un vortice ormonale, un’orgia psichedelica inebriante più d’un’erotica fantasia. Il mite tepore suscitato dall’assenza di vesti crebbe la nostra intimità: sentivo, percepivo la sua forza di godimento che inconsciamente la mano muoveva nell’angusto spazio che avevo, e, mentre lui mi concedeva maggior agio per la manovra, il pugno scivolò sulla tonda cappella. -:-: …così vuoi farti le seghe a letto! Eh? :-:-, ripresi provocatoriamente, ma, perso in quel migma d’ansia e piacere, non rispose, restò immobile ad occhi serrati in bilico tra il godimento e la paura.
Colpo dolo colpo l’avvertii rilassarsi: la sua positio fetalis decentrarsi, l’afflato disaffannarsi, giunto com’ero a fargli una propria e vera marletta. Lo percepivo proprio come allora, come quando indifeso lo portai sul lettino; il suo inerme parire infondeva voglia di tenerezza, io stesso avvertivo il bisogno di un contatto più fondo poggiando la mia nuca alla sua. Se prima m’incitava il suo terrore, ora la sua inermità placava il mio demone; lo cinsi con tutto me stesso facendogli scudo col mio petto dal mondo esterno, ma quella stretta vicinanza cutanea dilatò il mio senso d’affetto, inducendomi a stringerlo più forte. L’avevo in grembo: percepivo i tenui fremiti di piacere di lui che con le mani spingeva in basso le vesti per favorirmi il lavoro; che strano – pensai- inizialmente volevo solo vederglielo, semmai toccarglielo, invece ero giunto a masturbare i suoi quindici centimetri, e tutto ciò mi piaceva, anzi avevo la vivida impressione che ci piacesse un sacco. Venti minuti stetti a masturbarlo curante di non farlo venire, o le sue tracce spermatiche l’indomani mattina avrebbero svelato la nostra improvvida attività; come per vezzo l’odorai alla nuca, dolcemente, quando una matta voglia di predominio m’assalì fulminea, e d’improvviso quello stato di benessere, che finora m’appagava, non era più sufficiente. Scosso da una folle bramosia l’afferrai alla verga, -:-: Vorresti venire? :-:- pronunciai arrotando quelle erre, come il frinìo d’una serpe a sonagli, a monito del suo tristo futuro; non rispose, accennò solo un gesto d’assenso col capo. -:-: …allora volti! :-:- intimai, ergendomi a cavalcioni sulla sua imbelle figura; l’afferrai alle spalle con ambo le mani e, addossandomi il suo placido peso, lo scaraventai supino al centro del letto. Com’estrema difesa scelse strenua arrendevolezza, lasciando il suo frivolo destino all’arbitrio del mio animo misericordioso, a me che misericordia non avrei avuto. Poterlo sballottare così remissivamente, spronò la mia anima violenta rinverdendone la tirannica bramosia: mi scrollai il lenzuolo di dosso, liberandoci pure da quella fatua tenebra opprimente; i bagliori delle lanterne filtravano ora dal cupreo tendaggio a illuminar la scena: io sopra di lui, sovrastando il suo giovane corpo, gettato là sotto come l’uomo di Vitruvio, ambedue a petto nudo, con quella fioca luce che tra chiaroscuri adombrava la sua acerba muscolatura. Per non so qual senso del pudore, il suo tumido fallo s’era nascosto dietro quel cerulo drappo, or verticalmente solcato dalla sua conturbante silhouette; col groppo alla gola portai alle caviglie quei larghi calzoni, desioso di svelarne l’arcano contenuto; era proprio come l’aveva descritto: la sua turgida cappella capolinava dall’elastico degli slip, col resto del malloppo ben celato da quel drappo adorno a lineette e pallini e poco più sotto le globulose rotondità dei suoi penduli testicoli. Con ghigno d’onnipotenza l’afferrai alle palle per sincerarne il contenuto: il palmo ne fu pieno di quelle sferiche sapidità; aveva un bel paio di coglioni il moccioso! Che pienezza! D’un tratto il soffitto girò e al capogiro s’affiancò un delirio di veemenza che assecondando la vertigine mi fiondò su di lui, frenando il collasso con un colpo sul guanciale. Roberto sbatté le palpebre, due grosse luci ora mi fissavano incredule; chissà cosa stesse pensando? Dovevo aver perso carica intimidatoria, perché malgrado il mio gesto inconsulto non vidi spavento sul suo volto, soltanto quella tipica apprensione di chi attende un destino severo; in fondo lo capivo: nella sua piccola testolina, mi aveva fatto incazzare e io con la mia condotta non gli avevo certo reso l’adito al dubbio, ed ora si trovava lì, sotto di me, con una mano a ghermirgli i maroni. Smaniavo nell’attesa di scoprire quel tosto manganello, ma sovente la frenesia protende a tergiversare, finché non scova uno sprone all’agire: mi raccomodai sulle gambe e avvoltando l’elastico ne scoprii il primo pezzo dell’asta; ma più parte di quel membro svelavo più cresceva in me la voglia d’averlo, fin che giunto a limite scivolai le mutande alle caviglie, coadiuvato da un sussulto del suo corpo a superarne l’incaglio del sedere; …allora non era una vittima innocente, ma un complice! La sua verga svettava bella diritta nella penombra della notte, fungiforme in tutta la sua lunghezza: quei quindici centimetri non erano affatto pochi se commisurati la sua altezza; era davvero un bel cinno cazzuto!
Per ribadir l’autorità, ripresi ad umiliarlo, -:-: …così, questo cosino sarebbero i tuoi 15 centimetri e mezzo! :-:-, calcando con spregio su quel mezzo centimetro. Volevo infievolire il suo fragile ego, ma, nonostante versasse in quella postura di palese soggezione, trovò ugualmente la forza per ribeccare - che caparbietà…! meritava davvero ogni grammo di stima riposta -, ma prima che potesse rispondere l’afferrai a mo’ d’elsa di spada, intimandogli silenzio. Ripresi a massaggiare quel tumido fallo; sol’ora, vedendolo tra le mani, realizzai di masturbare Robertino, il quale, invece d’opporsi, soggiaceva quietamente sotto me che gli manipolavo la cosa più cara al mondo (il cazzo è il migliore amico per un tredicenne). Tutta quell’insolita disponibilità gratificò il mio trepido ego, invogliandomi perfino a una lunga veglia notturna stimolando il pene di quel piccolo ragazzino. Massaggiavo, masturbavo or questo or quelli, passandolo tra le mani, a volte soffermandomi a rimirar la scena, per poi riprendere accarezzando i gemelli o sul pubico vello; doveva gradire particolarmente il mio operato, perché scappellicchiandolo lievi goccioline d’umor trasparente scorrevano fin sotto il prepuzio retratto; si stava rieccitando come e più di prima, non avevo dubbi, se avessi continuato ancora un poco avrebbe schizzato il suo fluido latteo, innaffiando se stesso e l’intero letto. Dopo tutto quell’attendere, dopo quell’intermittente lambire l’orgasmo, senz’altro agognava più d’ogni altro sprofondarsi nel sublime piacere dell’orgastico furore; ma io l’avrei ancora stuzzicato finché, satollo di libido e privo d’ogni orgoglio, non m’avesse supplicato, per poi sadicamente negargli quest’ultimo atto in estremo gesto di disprezzo… ma perché farlo? In fondo volevo scalfire il sub limite oggettivo del proibito: veder come godeva, compiacermi delle buffe smorfiette di piacere, procurare un’eiaculatio non mia; e il suo seme… chissà che sapore avrebbe avuto il suo indomito umore, quella gocciolina segretamente poggiata sulla lingua. Gustavo quel pene tumescente sentendolo già in gola, la turgidità, la sua fragranza, quel senso di pienezza; la mia mente vagava in un delirio d’onnipotenza: attore e registra d’un porno di gran classe con l’obbligo di svolgere personalmente ogni esperienza, così mi sentivo. Ma un attimo, non potevo mostrargli questa mia debolezza, che lui m’intrigava, …fargli intendere che bramavo il suo sesso! Era questione di primato, prestigio, … non potevo essere io il primo in quella stanza a succhiare un uccello; difendere l’onore! Che figura ci avrei fatto? Avrebbe pensato che fossi… che fossi…! ma come osava quel insulso cinnazzo! come poteva anche solo lontanamente immaginarlo, me l’avrebbe pagata, perché anche il libero pensiero ha un suo prezzo, e questo lo avrebbe capito. Avanzai con le ginocchia sin sotto le spalle: il mio pene a pochi centimetri dalla sua faccia. Roberto fissava perplesso il bozzo nei miei pantaloni, nella penombra della stanza ancor più impressionante; il suo volto si fece un question mark, -:-: chiudi gli occhi finché ti dirò d’aprirli :-:-, non lo dissi per vergogna, solo non volevo mi vedesse ora, era una sorpresa serbata per altra occasione. Gli appoggiai la punta del pene sulle labbra, -:-: e ora succhia! :-:- dissi, senz’alcuna renitenza schiuse la bocca e vi scivolò l’intera cappella; non provai granché, forse per il glande ancora coperto, ma in fondo non m’interessava, l’importante era impartirgli una lezione, anche se l’idea di lui che ciucciava mi eccitava tremendamente, fino a farmi godere lo stesso. Non aveva esperienza, ma succhiava d’impegno: era così appassionato che quando riguardai, con mia grande sorpresa, l’aveva infilato fino alla mezzeria dell’asta, ma allora gli piaceva…! Con la stessa goduria cui a un infante si leva il ninnolo prediletto, gli sfilai il pisello di bocca; in fondo poteva bastare, comprendendo l’ordine gerarchico, per tutto quel tempo non aveva aperto gli occhi. Prima di farlo godere, però, potevo ancora togliermi un ultimo sassolino dalla scarpa: non avendo ancora smaltito la bile prodotta da quell’ignobile storiella della sua fantaragazza dovevo fargliela pagare. Riposto il mio utensile, ora innecessario, gli ripresi l’uccello: -:-: Allora chi ti fa meglio le seghe - dissi strizzando- io o la tua ragazza? Eh! :-:-, -:-: tu! Tu! :-:- rispose coprendosi il volto, dopo aver sussultato per il dolore – probabilmente quella domanda non fu una grande idea, ma sconcentrato dal dolore non ebbe modo di realizzare l’autorete che m’ero fatto. Continuai la vendetta -:-: …E chi sbocchina meglio l’uccello? – strizzata - Chi fa meglio i pompini tu o la tua ragazza? :-:- -:-: allora! :-:- strizzandolo ancora; -:-: io! Io!... :-:-; Bingo! dopo quell’ammissione poteva solo conciliare -:-: non hai mai scopato, vero! :-:- -:-: sì, non l’ho mai fatto! :-:- - la sua voce si fece man mano acuta e piagnucolosa - -:-: e non hai neppure la ragazza… è tutta una balla… :-:- -:-: sì, hai ragione tu, non e vero niente, è tutta una balla :-:-. Con quell’estorta confessione mi ero finalmente sfogato, non ce l’avevo più con lui, anche se a discapito del suo povero fallo, che contrariamente al padrone non meritava quella truce tortura. Soddisfatto mi avvicinai per rincuorarlo del fatto che ora sarebbe potuto venire, ma che non doveva fare rumore se ci teneva alla sua virilità.
In quel frammezzo di vendetta il suo turgore era scemato, ma, una volta tornato in posizione, bastarono pochi colpi di mano sapientemente dati per farlo rivivere all’antico vigore. Ben presto riavvertii la tensione dei muscoli femorali e il suo anelito in attesa dello spasmo finale; era pronto, qualche colpo ancora, anche mal dato, e sarebbe venuto letteralmente in mano: già piccole stille d’umor cristallino sfavillavano nella notte. In quella frazione dovetti decidere se soddisfare le mie curiosità seminali; ne sarebbe dipeso il resto del nostro rapporto settimanale, e io sentivo di doverlo fare, in fondo nemmeno a lui sarebbe dispiaciuto. Con religiosità schiusi il prepuzio: la sottile pellicina scorse liscia sull’umida cappella, esaltandone la forma fungina nella penombra della notte, alla fine ebbi come l’impressione di aver fatto qualcosa di grandioso: di aver sbocciato il suo fiore proibito. Adesso fissavo quel turgido cazzo, me lo sentivo già in gola, se avessi dato sfogo al mio istinto naturale, l’avrei assalito inghiottendone il più possibile a fauci spalancate, ma il pensiero del suo giudizio mi crucciava; tentennai più volte dinnanzi a quella lucida cappella cercando un assenso nei suoi occhi, per violare la nostra castità, ma erano chiusi; forse ero perfino inesperto per quel grande passo, anche se la mia bocca scontava già tutta l’esperienza necessaria. Continuai a masturbagli l’asta del pene osservando le sue smorfiette di piacere nella calda luce della notte, finché mi convinsi: anche lui l’avrebbe voluto, anche lui era d’accordo; poggiai le labbra sulla pingue cappella, ardente come brace, e la feci scivolare dentro la bocca; sentii Roberto trattenne il rispiro, forse non si aspettava quel nuovo sentire, ma lo gradiva lo stesso. Presi subito confidenza con quell’ospite inconsueto, quasi lo conoscessi dai teneri ricordi d’infanzia e, regredendo alla mia fase orale, iniziai a cucciare quell’enorme ciuccio infantile; a ogni tocco sulla liscia superficie apprendevo l’aroma del suo succo umorale, e i suoi mugolii di piacere levarsi flebili con quel filo di voce, come gli avevo ordinato. Incredibile! Il pene di quel ragazzino che a malapena sopportavo, era dentro la mia bocca e mi sentivo a mio agio, quella tonda cappella colmava il antico vuoto essistenziale, i primitivi timori svanirono, succhiarglielo, ora, mi sembrava la cosa più naturale del mondo, non era in fondo così sconveniente tenere in bocca il pene di un altro ragazzo, sarei stato forse ore a succhiarglielo, con quell’inebriante aroma che mi dava la carica. Scorrevo la lingua senza più indugio, ora sapevo esattamente come fare, anche se dopo un po’ avvertii un crampo alla mandibola, prodotto da complesso movimento di labbra e lingua, forse l’aprivo troppo o per l’entusiamo ci davo con troppa foga; sapevo solamente che non avrei continuato per molto. Appena il dolere scemò, ripresi a succhiare sempre più forte, in un continuo crescendo, oramai eravamo un unicum sensoriale: più forte succhiavo, più intenso godeva e più la mia voglia di sentirlo venire cresceva. Non sapevo com’era il gusto del seme, ma l’idea di bere il suo succo acerbo mi garbava; c’eravamo… due, tre colpi di lingua ancora e la gola s’inondò di un caldo fluido liquoroso, non era buono, ma non potevo neanche definirlo disgustoso, mi abituai subito a quell’aroma pieno, quasi salato. Ormai era venuto completamente tutto, ma non riuscivo a lasciarlo, mi piaceva troppo tenerlo in bocca, il suo sapore mi eccitava, quel misto di seme e saliva m’incatenava alla speranza di riceverne in premio ancora un altro po’; poi mi accorsi che stava ancora godendo: si agitava tuttora a ogni passata di lingua, il suo corpo si percuoteva in uno spasmo di piacere, irrefrenabile frenesia di godimento che tramutava i suoi gemiti in irreprimibili versetti di letizia. Quando le sue reazioni si affievolirono, lo sfilai di bocca mirandone l’opera compiaciuto: quel membro vigoroso stava già perdendo rigidezza pur nella sua tonicità, lo ripulii con la lingua dagli ultimi resti di piacere, regalandogli ancora qualche avanzo di godimento.
Mi sentivo soddisfatto, come liberato, mi faceva tenerezza osservare il volto di Robertino ancora solcato dalle contrazioni dell’orgasmo; lo sentivo vicino, come più mio, ora che parte di lui era dentro di me. Mi distesi al suo fianco sussurrando di rilassarsi, non volevo rovinare il suo stato di beatitudine postorgasmica, con delle simili minuzie come la vestizione: ricomposi le sue vesti e ci ricoprii con le lenzuola. L’ora era tarda e un lieve venticello irrompeva dalla finestra, di quelle brezze leggere che col loro torpore conciliano il sonno e aggradano il tepore di un tenero abbraccio; non mi andava di chiuderla, e in vena d’affettuosità abbracciai Roberto in cerca di quel calore che ci necessitava. In quell’istante, in quel tenero abbraccio, il suo morbido corpicino mi diede un’incredibile emozione di calma e piacere.




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